L’importanza dei profili in gomma nel settore automobilistico

I profili in gomma estrusa si stanno rivelando sempre più uno dei prodotti preferiti dalle industrie, che sono costantemente alla ricerca di materiali di qualità elevata e costante, per rimanere all’altezza degli sviluppi nella qualità, nelle tecniche e nei processi di produzione ormai richiesti dal mercato. Dai profili in gomma, infatti, le industrie possono aspettarsi specifiche e prestazioni ben al di là dei minimi richiesti sotto molti aspetti.

Fra tante, l’industria automobilistica in particolare ha una massiccia richiesta di profili in gomma estrusa, per una lunga serie di applicazioni nella costruzione delle autovetture. Le particolari esigenze di questa industria includono infatti la necessità di disporre di profili dalle geometrie molto particolari e complesse, per adattarsi alle forme specifiche di ogni veicolo; ma allo stesso tempo, si richiede che i profili in gomma utilizzati siano di resistenza molto elevata, in grado di resistere senza subire danni o deformazioni o cali di performance né a seguito della normale usura a cui l’automobile è sottoposta, né a seguito dell’azione degli agenti atmosferici a cui spessi si trovano esposti, come il caldo d’estate e il gelo d’inverno.

Le applicazioni effettive, nel settore automobilistico, dei profili in gomma sono numerosissime, ed elencarle richiede sempre e comunque di effettuare una selezione. Qui ne indichiamo alcune fra le più semplici e conosciute, che vi sarà facile ritrovare anche sulla vostra autovettura:

– guarnizioni per finestrini: il ruolo delle guarnizioni per finestrini ottenute da profili in gomma è duplice, nell’autovettura. Da un lato, ovviamente, servono a impedire l’ingresso di acqua, aria e polvere lungo i bordi del finestrino; dall’altro, non meno importante soprattutto nelle vetture molto confortevoli del mercato odierno, le guarnizioni di buona qualità riducono il rumore del finestrino stesso durante lo scorrimento.

– Tubicini: i profili in gomma sono un ottimo materiale per la realizzazione dei moltissimi tubi e tubicini che sono necessari per mille funzioni all’interno di un’autovettura, e che possono così essere realizzati in maniera economica ed essere resistenti;

– Paraurti laterali: sagomati opportunamente, i profili in gomma possono essere utilizzati per la protezione dei lati del veicolo da urti e graffi accidentali. Sono resistenti, e quindi posson ammortizzare il colpo, e sostituirli in caso di danni gravi è sicuramente meno costoso di una riparazione alla carrozzeria.

Si compra un’auto: suggerimenti per una visita al concessionario

Quella di acquistare un’automobile è oggi come oggi una decisione normalissima, eppure rimane uno degli investimenti più consistenti che la maggior parte di noi fa nella propria vita quotidiana, e quindi è meritevole di tutta la possibile attenzione e riflessione. Dal concessionario, poi, ci troviamo di fronte a un professionista della vendita, spesso aggressivo: qualche consiglio può esserci molto utile per assicurarci di tenere saldamente in pugno la trattativa. Eccone alcuni:

1. Andiamo preparati

Non entriamo dal concessionario a cuor leggero, senza aver riflettuto: qui parliamo di una spesa che potrebbe impegnarci per anni e anni, e di un oggetto – l’autovettura – che dovrà servirci al meglio per un periodo almeno altrettanto lungo, sia sotto il profilo delle prestazioni, che sotto quello delle comodità. Sia che si tratti di un’auto nuova che di una usata, arriviamo preparati: studiamo il mercato, il valore delle auto che ci interessano, e assicuriamoci di conoscere a fondo la nostra situazione finanziaria.

2. Riflettiamo sulle conseguenze

Non siamo infallibili: è possibile che anche con tutta la nostra preparazione, alla fine commettiamo un errore nell’acquisto, e scegliamo una vettura che alla prova dei fatti poi non ci dà soddisfazione. E anche ammesso che invece siamo felicissimi della vettura scelta, ricordiamo che molto difficilmente sarà l’unica automobile della nostra vita: prima o poi la cambieremo. E qui entra in gioco il concetto importantissimo del valore di rivendita: sebbene qualsiasi auto si svaluti rapidamente, in questo mercato soprattutto, esistono modelli che mantengono più a lungo un valore ragionevole di rivendita. Investire in questo tipo di automobile ci permetterà di recuperare maggiori fondi quando sarà il momento di venderla per cambiarla.

3. Proviamola

Avete comprato spesso scarpe senza provarle? E ammesso che l’abbiate fatto: poi erano davvero comode? Con un’autovettura non c’è differenza, e chi guida lo sa: può essere bellissima da vedere, può avere sulla carta tutte le prestazioni migliori, ma è necessario sedersi al posto di guida e “sentirsela addosso”. Pretendete dal concessionario di provare l’automobile: controllate ogni dispositivo, lo spazio, la ripresa, e quei segnali indefinibili di risposta alla vostra guida che ciascun guidatore conosce bene. Dovete essere pienamente convinti.

4. Contrattiamo

Sì: comprare un’automobile costa denaro. Spesso, molto denaro. È inevitabile.
Ma non siete in una gioielleria, né in un negozio qualsiasi. Siete da un concessionario, e il margine di contrattazione esiste sempre. Contrattate sul prezzo, sugli optional, sui tempi e i modi di pagamento: sebbene sia il loro lavoro farvi sentire diversamente, voi potete comprare la macchina dove volete, ma loro devono riuscire a venderla, possibilmente anche a voi, quindi hanno tutta l’intenzione di farvi uscire con un contratto firmato, e sono di fatto pagati per rendervi felici del vostro acquisto.

Cinque domande fondamentali per pianificare un sistema di gestione documentale

L’implementazione di un sistema completo di gestione documentale è un passo fondamentale per l’aumento dell’efficienza aziendale e la riduzione dei costi. Si tratta di un’operazione sicuramente complessa e che non deve essere sottovalutata, ma che non deve neppure, d’altro canto, spaventare; avvicinarsi all’ideale (per ora ancora irraggiungibile) dell’ufficio “senza carta” richiede solamente la ferma decisione di operare il cambiamento, la collaborazione di un partner specializzato nel settore, e un’attenta pianificazione dei passi da fare. Ecco cinque punti essenziali che potranno aiutarvi a stilare un progetto su misura.

Identificate i punti critici
Iniziate il vostro percorso verso l’implementazione della gestione documentale da un punto preciso. Qual è, all’interno della vostra azienda, il reparto, il processo, o anche il singolo progetto che consuma la maggior quantità di carta e tende a fare da “collo di bottiglia” nei processi aziendali, rallentandoli? Statisticamente, questo problema si verifica soprattutto nell’Ufficio Amministrativo, nel reparto Risorse Umane, o nel magazzino, con i documenti di trasporto. Iniziate a progettare ed implementare il sistema proprio in queste aree: l’utilità sarà immediata, il che renderà più facile estendere il progetto, e avrete nel frattempo l’occasione per calibrare al meglio le vostre necessità.

Chi deve avere accesso ai documenti, e quando?
Lascereste su una scrivania, in piena vista, fatture, ordini, e documenti di gestione? Immaginiamo di no: e lo stesso criterio di discrezione deve valere nei sistemi di gestione documentale. La questione fondamentale è identificare la giusta soglia di equilibrio fra la necessità di sicurezza e riservatezza, da un lato, e l’accessibilità dall’altro, per permettere lo svolgimento fluido e rapido delle quotidiane attività aziendali. Le possibilità di controllo sono estremamente varie, e quindi potrete davvero decidere il livello di accesso per ogni singolo documento, stabilendo chi, quando, e da dove potrà accedere a visualizzarli. Potrete perfino renderne alcuni visibili perfino ai clienti, mantenendone altri completamente riservati!

Dove, e come, lavorano i vostri dipendenti?
Nel fare le valutazioni preliminari all’implementazione di un sistema di gestione documentale, tenete conto anche di come siano organizzate le postazioni di lavoro. In quali uffici ci sarà necessità di effettuare le scansioni? Quali reparti dovranno avere accesso anche a documenti prodotti dalla parte opposta dell’azienda? Dove sono disposti i responsabili della scansione: in ogni ufficio, o dovranno raccogliere documenti da tutta l’azienda? Avete dei dipendenti che operano in telelavoro, da sedi remote? Tutte queste considerazioni saranno utilissime: discutetene con lo specialista che si occuperà di realizzare il progetto di gestione documentale, che ne terrà conto.

Come si sviluppa il flusso di lavoro?
Perchè un sistema di gestione documentale funzioni alla perfezione, uno dei tratti essenziali è che operi senza interferire, o peggio interrompere i processi aziendali. Discutete con i responsabili dei vari reparti per identificare quale sia il momento ideale per la scansione, il metodo migliore di indicizzazione nell’archivio, e quali tempi permetteranno di non incidere negativamente sulla produttività dell’ufficio e dell’azienda tutta. Soltanto in questo modo la gestione documentale sarà un valore aggiunto, e i vostri protocolli saranno seguiti volentieri (e quindi al meglio) dai dipendenti.

Qual è il vostro budget?
La crisi è una realtà per tutti, in questi anni: ed è facile che sia complesso, per voi, riuscire a mantenere nel budget, che sarà probabilmente risicato, tutte le funzioni che vorreste includere nel vostro sistema di gestione documentale. Considerate, in questo caso, l’opportunità di esternalizzare il progetto, pagandolo come servizio – e quindi evitando le spese iniziali per l’acquisto di macchinari e riorganizzazione del lavoro. Molte aziende specializzate in sistemi di gestione documentale offrono servizi di ritiro, acquisizione, archiviazione e riconsegna dei documenti, e soprattutto per una fase iniziale del lavoro questa potrebbe rivelarsi la scelta vincente.

Diventate più sicuri di voi come scrittori in cinque semplici passi

Volete scrivere per mestiere? Certo, di qualità necessarie ce ne sono tante: talento, spirito di osservazione, cultura, pazienza… ma non valgono a nulla, se non sono combinate con quella caratteristica che permette di affrontare un progetto come un libro, che di per sé può scoraggiare chiunque, con serenità: la sicurezza e la fiducia in se stessi. Se sentite di mancare di questa dote importantissima, non pensate di poter continuare senza esservi dedicati a svilupparla: le cose si farebbero sempre più difficili ad ogni riga che cercate di scrivere. Serve aiuto? Ecco cinque passi utilissimi e consigliati dai migliori scrittori:

Scrivete tanto
Banale? Forse, ma non lo si ripeterà mai abbastanza. Per imparare a scrivere, e per essere sereni sulla propria capacità di scrivere, è necessario produrre pagine su pagine su pagine, migliaia e migliaia di parole. E attenzione: non parole intese per la pubblicazione, ma parole scritte proprio e solo per allenarsi. Vi sembra uno spreco di tempo? Voi direste alla ballerina che si allena quattro ore al giorno in palestra che sta perdendo tempo perché non sta studiando una coreografia? No: sapete che quell’allenamento le è necessario a mantenere la forma fisica. Bene, scrivere ogni giorno vi è necessario per mantenere l’agilità mentale.

Fatevi leggere
Scrivere e tenere tutto chiuso in un cassetto, magari solo per rileggerlo segretamente, non vi aiuterà a diventare più sicuri di voi stessi: al contrario, entrerete in un circolo di autocritiche sempre più distruttive e sterili. Si scrive per essere letti: e quindi, fatevi leggere. Come? Potete unirvi ad un club di scrittori e condividere i vostri testi, oppure se vi sentite pronti a una platea più ampia potete direttamente aprire un blog e pubblicarci i vostri scritti. Sarete esposti a critiche, ma anche ad apprezzamento, e imparerete a capire quali – degli uni e delle altre – sono sensati e utili. Un esercizio importantissimo.

Leggete tanto
No, non basta scrivere: bisogna anche leggere tanto, per saper scrivere. E questo perché alla mente serve carburante, ma anche per imparare la differenza fra i vari stili comunicativi, che non si può cogliere soltanto negli aspetti teorici. Scrivere un articolo per il web, scrivere un blog, scrivere una rubrica per un giornale, scrivere una brochure e scrivere un romanzo sono attività diversissime, e il miglior modo per cogliere in che modo si distinguono è leggere tanto. Imparerete a sentire le differenze, non soltanto a conoscerle in teoria.

Fidatevi di voi stessi
Seguendo i passi descritti finora, inizieranno a nascervi in testa delle idee. Pensieri come “potrei scrivere anche io qualcosa come questo!”, “questa sarebbe una buona idea per un articolo”, “io l’avrei scritto diversamente” sono segnali belli e positivi: non scartateli. Siete pronti a scrivere: lo siete sempre. Non pensate, soltanto, che questo voglia dire che scrivere non costerà impegno, fatica, tempo: dovete anche imparare a scrivere. Come tutti, anche i migliori scrittori: non si è mai finito.

Accettate la vostra ansia
No: non se ne andrà del tutto. Anche ai migliori attori capita un attacco di panico da palcoscenico, e quindi gli scrittori non possono pensare di essere esenti dal panico da pagina bianca. Quello che però potete far accadere è sentire ansia, ma scrivere ugualmente. L’ansia è uno stato mentale: se lo superate, il vostro cervello “cambierà marcia” e l’ansia sparirà. Non permettetele di impedirvi di scrivere. Il tempo di valutare quel che avete prodotto… è dopo averlo scritto!

Vantaggi e svantaggi della nichelatura chimica

Il processo di nichelatura chimica metalli consiste nel depositare su un oggetto metallico uno strato uniforme, e continuo, di una lega essenzialmente composta da nichel, questa particolare procedura di rivestimento metalli ha lo scopo di elevare la resistenza della superficie dell’oggetto all’usura e alla corrosione, perché possa essere utilizzato in ambienti e condizioni per le quali la normale serie di caratteristiche chimiche e meccaniche del metallo base si riveli inadatta.

A differenza del metodo elettrolitico, dove l’oggetto viene caricato negativamente per attirare da una soluzione ionica le particelle di nichel e ricoprirsene, in questo caso l’oggetto viene semplicemente immerso in una vasca di metallo fuso, che lo ricopre – previo opportuno trattamento – e viene quindi lasciato asciugare e consolidare. Questo metodo presenta, rispetto a quello elettrolitico, una serie di vantaggi.

– Nessun consumo elettrico. Soprattutto da un punto di vista di costi, questo è un vantaggio significativo, considerando che la risorsa “elettricità” è esterna all’azienda che lavora i pezzi e quindi deve essere necessariamente acquistata a prezzi di mercato, che possono fluttuare senza possibilità di controllo e spesso con poche chance di trovare fornitori alternativi.

– Uniformità della copertura. Il metodo elettrico tende a far depositare gli ioni metallici secondo le linee del campo elettromagnetico, il che non crea problemi per oggetti generalmente piatti, ma può portare a serie disomogeneità, sia per difetto che per eccesso, in presenza di spigoli vivi, cavità, angoli. Il bagno nella lega fusa genera invece una copertura completamente uniforme, e il cui spessore può essere regolato.

– Semplicità d’impianto: Il metodo elettrico richiede la costruzione di impianti complessi, che possano gestire l’immersione nelle vasche con soluzione elettrolitica, alimentarle, e generare il necessario campo elettrico per avviare il processo. Nulla di tutto questo vale per il metodo chimico, dove basta un sistema capace di immergere gli oggetti nelle vasche e ritirarli una volta ricoperti.

Naturalmente, nessun metodo è perfetto, e questo vale anche per la nichelatura chimica metalli. In questo caso, il difetto maggiore è di tipo ecologico. Le sostanze chimiche che vengono utilizzate per la lavorazione hanno infatti una vita utile di durata limitata, il che richiede che vengano sostituite spesso; e trattandosi di materiali pesantemente inquinanti, è necessario quindi filtrarli e trattarli in maniera adeguata, il che si rivela una procedura, soprattutto per la frequenza necessaria, piuttosto costosa.

Il filtraggio dell’aria per eliminare i vapori oleosi

Sono tanti i rischi per la salute a cui si trova esposto un operaio che passi l’intera giornata lavorando in uno stabilimento d’industria pesante, specialmente nel campo metallurgico. I macchinari sono pericolosi, e possono causare traumi e ferimenti anche gravi; c’è il rischio di ustioni e addirittura di esplosioni; insomma, una serie di rischi per ovviare ai quali vengono implementate numerose norme di sicurezza e tutela, così da porre al sicuro gli operai che le rispettino rigorosamente. Ma purtroppo esistono anche pericoli meno lampanti e facili da identificare, come esemplificato dal problema dei vapori oleosi.

Questo problema è proprio di tutte quelle industrie dove si faccia uso di macchinari pesanti; per raffreddarli e lubrificarli, infatti, è necessario impiegare oli derivati dal petrolio, che venendo riscaldati e dispersi dal movimento delle macchine, vanno ad inquinare l’aria sotto forma di vapori costituiti da milioni di gocce microscopiche. Non potendosi disperdere nell’atmosfera e rimanendo bloccati nello stabilimento , questi vapori costituiscono un grave rischio di salute per gli operai; questi possono infatti trovarsi a soffrire sia di problemi minori, come dermatiti o irritazioni alle mucose, che di malattie ben più gravi come cancro alla pelle e problemi respiratori, che possono in casi estremi finire con il cronicizzarsi.

Gli impianti di aspirazione centralizzata sono evidentemente, in queste situazioni, l’unica possibilità per procedere ad una purificazione dell’aria ed eliminare il più possibile il pericolo. Tuttavia, in affiancamento a tali sistemi, è buona norma proteggere i lavoratori maggiormente a rischio facendo loro indossare delle apposite tute protettive, realizzate in materiale resistente alle sostanze chimiche pericolose, e fornire di respiratore personale, dotato di sistemi di filtraggio propri, ciascun operatore che si trovi a lavorare in ambienti particolarmente saturi di olio, come i serbatoi, dove l’areazione forzata potrebbe essere meno efficace.

Lamiera: lavorarla non è difficile!

Per quanto ci sia chi si interessa regolarmente di bricolage, e sa produrre anche oggetti decisamente utili e gradevoli con abilità sorprendente per i profani, spesso il metallo non è considerato un materiale che – al di là dell’oreficeria e della bigiotteria – si possa utilmente e facilmente lavorare in una dimensione non industriale. Ma questo è un preconcetto errato, che alla prova dei fatti non regge: con un poco di pratica – che certo non spaventa chi già si dedichi a lavori manuali – e i giusti strumenti – che non sarà difficile recuperare – la lavorazione lamiere sarà pienamente alla portata dei più volonterosi!

Ed è tutt’altro che uno sterile esercizio di artigianato, o un semplice passatempo: pensate, ad esempio, al caso in cui vi troviate ad avere la grondaia che perde e rischia di causare danni anche seri alle pareti della vostra casa. Chiamare uno specialista è sempre possibile, certo: ma anche effettivamente piuttosto costoso, specie se i danni alla grondaia si ripetono nel tempo. D’altro canto, se i danni sono localizzati, anche sostituire l’intera grondaia è una soluzione meno che ottimale, sia per le difficoltà logistiche, sia ancora una volta per i costi. Al contrario, lavorando la lamiera, potrete sostituire soltanto le parti danneggiate.

Gli strumenti necessari: semplici e non troppo numerosi. Vi occorrerà sicuramente un piegatore: uno strumento che vi permette di modificare il profilo della lastra di lamiera e trasformarla, per il nostro esempio, in un tratto curvo di grondaia. Naturalmente vi occorreranno anche delle apposite cesoie, per poter ridurre i fogli di lamiera alle dimensioni necessarie. E per finire, nell’era dei computer, non poteva mancare un software apposito per la piegatura della lamiera: immettendo le misure della lamiera, questo vi indicherà dove e come applicare forza con il piegatore per ottenere il risultato che vi occorre, senza deformare il materiale in maniera errata sprecandolo. Buon lavoro!

I vantaggi e le origini della flessografia

Quando parliamo di stampa flessografica, o più brevemente di flessografia, ci riferiamo ad una singolare procedura di stampa, molto utilizzata, caratterizzata sostanzialmente dall’uso di una piastra flessibile che porta, in rilievo, i caratteri o simboli da stampare.

Nonostante sia una tecnica di vecchissima data, è ancor oggi utilizzata in un numero significativo di casi: questo è dovuto alla sua adattabilità, che rende possibile stampare su una grande gamma di supporti, dalla carta al cellophane al metallo, inclusi I supporti rigidamente non-porosi che sono necessari per gli incarti e gli involucri destinati a proteggere gli alimenti confezionati dalla contaminazione.

Ma quali sono gli effettivi vantaggi che questo sistema di stampa può offrire, e qual è la sua storia, dalle origini ad oggi?

Le origini della stampa flessografica vanno ricercate in Inghilterra alla fine del diciannovesimo secolo, e per essere precisi nell’anno 1890, quando una ditta di nome Bibby, Baron and Sons produsse la prima macchina da stampa di questo tipo. Usava ancora inchiostri a base d’acqua, che tendevano a sbavare molto – il che le valse il nomignolo di “Bibby’s Folly”, ossia “La Follia di Bibby”.

Le cose non rimasero ferme a lungo, tuttavia: negli anni Venti del 1900, il grosso della produzione delle macchine flessografiche si è ormai del tutto spostato in Germania, dove il metodo ha nome “Gummidruck”, ossia “stampa a gomma”.

Gli inchiostri ad acqua sono stati abbandonati in favore di quelli, più stabili, a base di anilina, migliorando la qualità di stampa. Ma c’è un problema: l’anilina è tossica, e la Gummidruck si usa specialmente per stampare confezioni di alimenti. Negli anni ’40, la DDA Statunitense dichiara il processo incompatibile con l’ambito alimentare, e le vendite colano a picco.

Nel ’49, per fortuna per i produttori e gli stampatori, vengono testati e approvati dei nuovi inchiostri, infine sicuri e atossici, adatti alla stampa in campo alimentare; ma malauguratamente la cattiva impressione permane, e le vendite non si risollevano, e il problema rischia di far fallire il settore. Le associazioni di categoria si resero conto che occorreva un’immagine nuova, un nome rimodernato che non rievocasse cattivi ricordi; e Franklin Moss, presidente della Mosstype Corporation, condusse a riguardo un sondaggio sul suo giornale, il MossTyper. Fra centinaia di nomi possibili, i tre finalisti risultarono essere “permatone”, “rotopake” e quello che finalmente come sappiamo vinse largamente, “flexograph”, il nome che usiamo anche oggi per definire il procedimento.

Se la flessografia è utilizzata ancora oggi è perché, pur avendo offerto fino agli anni ’90 una nitidezza decisamente minore della stampa offset, permette in compenso di usare una gamma molto più ampia di inchiostri, anche a base d’acqua, e di stampare su una scelta di supporti tipici del packaging, come la plastica, le pellicole metalliche, l’acetato e il cartone.

Inoltre, poiché gli inchiostri usati in flessografia sono a bassa viscosità, asciugano in fretta, il che accorcia i tempi di produzione e quindi i costi. Dopo più di un secolo, quindi, la stampa flessografica rimane, fra mille vicende, ancora uno strumento valido e – è il caso di dirlo – flessibile.

Bulloni: come sbloccarli

Tutti abbiamo avuto a che fare, prima o poi, con la bulloneria: non serve essere operai specializzati per trovarsi a dover effettuare qualche piccolo lavoro nel quale occorra stringere – oppure sbloccare – qualche bullone per aprire e richiudere un pannello, o raggiungere degli ingranaggi o dei circuiti protetti. Proprio per questa ragione, tuttavia, quando a incontrare un problema è un dilettante, che non dispone né delle competenze, né dell’esperienza, né soprattutto dell’atteggiamento di un professionista, i problemi più banali possono davvero apparire insormontabili. Ne è un classico esempio il caso del bullone incastrato, che non si riesce a svitare.

Quando ce ne troviamo uno di fronte, noi meccanici della domenica tendiamo a perdere molto rapidamente la pazienza: come osa un pezzetto di metallo tanto banale mettersi fra noi e il nostro lavoro? Il tempo passa e non riusciamo a svitarlo, nemmeno a smuoverlo, e presto siamo tentati di forzare la situazione e applicare, in preda alla frustrazione, una forza eccessiva. Ma attenzione: non otterremo altro che di spezzare il bullone o la vite, e quindi di rovinare il lavoro e dover poi perdere altro tempo per sistemarlo.

Cerchiamo dunque di mantenere la calma, e verifichiamo, con pazienza, anche le cose più banali. Stiamo, innanzitutto, utilizzando lo strumento giusto? Sembra sciocco, ma spesso una chiave anche di poco superiore al giusto calibro rende impossibile svolgere il lavoro – o, insidia ancora peggiore, ce lo permette ma danneggia il bullone, preparandoci una futura serie di problemi senza che ce ne accorgiamo: perciò non accontentiamoci mai dell’approssimazione, e utilizziamo soltanto gli attrezzi giusti.

Assicuratici di questo, è il momento di passare a maniere più astute. Proviamo quindi con del lubrificante: spesso può bastare. Anche qui, pazienza! Applichiamolo e diamogli almeno quindici minuti di tempo per fare effetto: ci serviranno anche a schiarirci la mente dal nervosismo. Se anche questo non dovesse funzionare, ci può venire in aiuto il calore: il problema è quasi sicuramente causato da eccessive forze di torsione nel bullone, e sbloccarlo può quindi solo esserci utile. Proviamo quindi a scaldare la parte – mai con la fiamma libera! – oppure, se possiamo, a ricoprirla di lubrificante, impacchettarla nel cellophane, e lasciarla congelare per una notte intera. Se siamo di mano abile, anche qualche leggero colpetto, per smuovere il metallo e far penetrare più a fondo l’olio, potrebbe essere risolutivo.

E se a questo punto niente ha ancora dato il risultato che cercavamo? Niente panico: è risolvibile, anche se ci vorranno – e forse ci farà perfino piacere usarle – le maniere forti: ci dovremo armare dei giusti attrezzi e segare letteralmente via la testa del bullone stesso, così da sganciarlo. Ma è una soluzione di fortuna, e che compromette comunque un pezzo: non usiamola mai come prima scelta, ma soltanto come ultima risorsa. Come abbiamo detto, molto spesso un po’ di pazienza sarà più che sufficiente.

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Le meraviglie delle finiture a basso attrito

Per tanti, soprattutto per i profani, parlare di “finiture superficiali” significa essenzialmente riferirsi al popolarissimo trattamento della cromatura, la cui diffusione è ormai vasta in tutti i settori. Tuttavia i trattamenti di questo genere sono numerosissimi, e quasi tutti legati ad ambiti industriali particolari e specifici, dove possono espletare le proprie funzioni speciali. Proprio per questo, spesso, rimangono molto misteriosi a chi non se ne occupa a livello professionale; eppure molti degli oggetti che utilizziamo sono resi possibili proprio da tali trattamenti: pensiamo ad esempio alle finiture antiaderenti, o a basso attrito.

Oggigiorno, il modo più comune di applicare tali trattamenti è quello noto come “deposizione chimica di vapore”. Consiste nell’inserire gli oggetti che si desidera trattare in particolari camere di reazione, nelle quali vengono immersi nella sostanza chimica da utilizzare, in forma gassosa. Una reazione chimica obbliga poi il vapore a precipitare sull’oggetto, consolidandosi in una sottile pellicola sulla superficie dell’oggetto stesso, non più spessa di qualche micron; la particolare modalità di deposizione rende possibile ricoprire anche oggetti dalle geometrie molto complesse, purchè questi siano costruiti di materiali che possono reggere le elevatissime temperature richieste per il trattamento, come l’acciaio inox o quelli ad alta velocità.

Questo procedimento – e quelli ad esso affini, come la deposizione fisica di vapore, anche assistita o potenziata al plasma – conferisce all’oggetto una finitura perfettamente adesa, uniforme in ogni parte del pezzo, e con interessanti caratteristiche fisiche e meccaniche, fra cui la resistenza all’usura, all’attacco degli acidi, e alla corrosione. I pezzi così trattati esibiscono inoltre un elevato livello di durezza, e – da cui il nome del trattamento – un attrito molto basso, che rende le superfici trattate non aderenti, con qualità e durata del rivestimento molto superiori al tradizionale teflon.